Diario di Viaggio di Linda (il ritorno…)

Dal 4 al 22 febbraio 2020

 Martedì 04.02.2020. I giorno.

Sopra le terre del Kenya del sud, nel buio del cielo africano al confine con l’Oceano indiano, scrivo queste prime righe del mio secondo viaggio per il Madagascar.

Siamo ormai a otto ore di volo trascorse e ne mancano altre due e mezzo all’atterraggio.

Questo viaggio sarà diverso dal primo, tre anni fa. Stavolta il lavoro di elaborazione, introspezione e condivisione si fa più intenso, poiché si fa cosciente il ricordo di avere visto paesaggi, udito voci, ascoltato emozioni che ora si attendono come si aspetta sulla soglia della propria casa un amico che non si rivede da tempo. Ciò che si rifà cosciente è dunque pronto per maturare nelle eterne botti dell’anima, divenendo esperienza sedimentata, capace di rimodellare stessi lasciando emergere le proprie più profonde intenzioni, e di portare agli altri un messaggio.

Mi auguro allora di poter ap-prendere molto da questo viaggio, di riuscire a sentire me stessa in maniera autentica, tanto da poter davvero fare spazio all’altro e al suo altro mondo.

Accanto a me, sull’aereo, siede una donna malgascia di mezza età. Va a trovare i suoi parenti ad Antsirabe. E’ partita dalla Germania, dove si è trasferita per intraprendere una formazione professionale con persone disabili. “Volevo tanto andare all’estero!”, mi ha detto in tedesco, “ma ora ho dimenticato l’inglese, che avevo imparato all’università di Antananarivo”. Aiutandola ad utilizzare il computerino che abbiamo nel retro del sedile davanti a noi, abbiamo iniziato a chiacchierare facendo un mix di italiano, inglese, tedesco e francese… In più lei, mi ha detto, conosce anche un po’ di spagnolo e, ovviamente, il malgascio! E’ stato pressochè impossibile sintonizzarsi su una stessa lingua, seppure ne avessimo in comune quattro. Probabilmente dentro di noi abbiamo tante cose, tanti linguaggi, tante memorie che la dimensione del viaggio sollecita ad esprimere con inusuale libertà.

Mercoledì 05.02.2020. II giorno.

La nottata passata all’albergo di Antananarivo è stata difficile. Il senso di confusione e stanchezza lasciato dal volo e dall’arrivo repentino in un’altra terra si è protratto anche dopo essermi finalmente stesa a letto, alle 2:40 malgasce. Stamattina, un frastuono di bambini, motori, clacson e mercatini mi ha svegliata di buon’ora ricordandomi di essere in Africa. Sono stata felice di aprire la finestra e vedere davanti a me quel bizzarro panorama di gente chiassosa e disordinata animare le strade di una città fino a qualche ora prima deserta.

Abbiamo lasciato l’hotel verso le 9 e, a bordo del nove posti di Fali, è cominciato il nostro vaiggio verso sud. Lungo la strada, i paesaggi hanno ripopolato i miei occhi di immagini mai abbandonate.

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Dera è, proprio come ricordavo, un pozzo di umiltà e saggezza.

Ho voglia di arrivare a Tuléar e imparare dalla spontaneità dei bambini.

Il tragitto percorso oggi è stato lungo e piuttosto faticoso. Abbiamo sostato per il pranzo nei pressi dei laghi vulcanici di Andraikiba, vicino ad Antsirabe, per poi tornare sulla strada nazionale n. 7 in direzione Tuléar. Dopo una breve visita ai mercatini delle pietre, dove ci siamo arricchite di pezzi preziosi, dando qualcosa anche alle persone locali, abbiamo tirato dritto fino ad Ambositra, nel cui albergo “L’Artisan” stiamo trascorrendo la notte. Domani la giornata comincerà con la visita della bottega artigiana di legno che rende famosa questa città e dà nome a questo hotel.

Giovedì 06.02.2020. III giorno.

E’ stata una giornata piena di avventure ed emozioni. Alla bottega del legno, un mastro artigiano ha realizzato un portachiavi a forma di cuore con due tipi diversi di legno, intarsiandoli, in meno di cinque minuti e, per la mia gioia, me lo ha regalato! Lungo la strada ci siamo fermate ad osservare una raccolta e lavorazione del riso in diretta. Anche io ed Ylenia abbiamo provato a battere i fasci di riso appena raccolti su dei lunghi tronchi stesi a terra per separare i chicchi dalle foglie, lasciandoci insegnare dai ragazzi del posto.

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Dalle foto scattate mi rendo conto di avere un viso stanco e provato. Forse la fatica che sto provando è maggiore di quella che sto coscientemente avvertendo. In effetti ora sono stanca e siccome domani la sveglia è molto presto, spengo tutto e vado a dormire.

Venerdì 07.02.2020. IV giorno.

Proprio mentre il presidente Mattarella inaugurava Padova – la mia città – capitale del volontariato per il 2020, il nostro viaggio per Tuléar è giunto a destinazione. Siamo finalmente al Villaggio Afaka. E’ la prima volta che soggiorno direttamente al Villaggio, nella casa del volontario realizzata nella parte superiore della palazzina centrale. Le camere sono ampie e luminose, l’ambiente è semplice, essenziale e molto accogliente. Il clima naturalmente è quello di Tuléar: caldissimo! Mi sono sistemata in camera con Giovanna, con la quale sembro condividere diverse abitudini ed opinioni… Penso che ci troveremo bene insieme questi giorni.

Siamo tutte molto stanche, a parte Sandra che è un vulcano di energia, ma lei del resto è arrivata a casa qui! Abbiamo rivisto Vola, Rosa, Andry, Nicolette e Jean-Jacques: è stata un’emozione forte, un incontro desiderato da tempo.

A fare la doccia l’acqua di risciacquo era marrone e sabbiosa: ciò significa che siamo proprio arrivate nel posto giusto. Si suda in continuazione, la sabbia ricopre l’intero cortile, ma questo caldo è anche calore che unisce in un’atmosfera di equità e solidarietà. Ci si fanno molti meno problemi qui. Siamo tutti fratelli e sorelle: il fatto di stare insieme è un’occasione preziosa che non va sprecata.

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Il viaggio oggi è durato ben dodici ore, da Fianarantsoa a Tuléar, con una sosta presso l’atelier di confezionamento fondato da un volontario di origine svizzera nel centro di Fianarantsoa, allo scopo di creare posti di lavoro per giovani donne e ragazze madri in difficoltà.

Lungo il tragitto, il paesaggio si è fatto sempre più secco e arido, il clima più caldo ed i villaggi più poveri. Molti bambini ci guardavano sfrecciare dalle strade terrose e, non appena noi li salutavamo con la mano, subito rispondevano al saluto sorridendoci con occhi curiosi. Incredibile come il loro sguardo riuscisse ad intercettare il nostro attraverso il finestrino, nonostante la velocità del nostro passaggio.

Fali, l’autista, ci ha salutati dopo la cena e ripartirà domani mattina presto.

Sono cotta. Mi lavo e vado a dormire. Domani mattina sveglia alle 7: Dera ha detto che “i bambini vi aspettano per le 9, hanno preparato piccola cosa per voi…”.

Sabato 08.02.2020: V giorno.

Tutto ha il suo equilibrio. Io credo che questo viaggio sia fatto per alleggerire il proprio ego e fortificare il proprio legame con l’intera umanità. Credo anche che sia in parte speso per curare le proprie ferite, facendole “spurgare” nel fiume della vanità e permettendo loro di cicatrizzarsi con la sabbia polverosa che è essenza di tutte le cose. Forse, a mano a mano che questo compito si realizzerà, le giornate si faranno meno faticose e pesanti.

Quella di oggi è stata veramente impegnativa. Ha comportato grandi emozioni, un enorme circolo di energia, ma anche tanta debolezza fisica ed una vena di nostalgia.

Abbiamo accompagnato Ylenia ai mercatini di Tuléar per comperare delle camicie malgasce per i suoi amici… abbiamo così potuto vedere da vicino la vita malgascia nella sua quotidianità. Ciò che a noi subito balza all’occhio (e al naso) sono l’assenza di igiene, l’indigenza, la confusione. Fogne, topi, mosche, gente stesa per terra a dormire o a mendicare. Anche la sosta al supermercato – che, in confronto, pareva essere la luna – è stata estenuante, forse a causa di quello che avevamo provato prima. Un signore malformato su una sedia a rotelle spinta da un ragazzino malconcio ci ha seguiti fino all’entrata del negozio dove Ylenia ha fatto i suoi acquisti. Uscendo, Cinzia ha messo qualche migliaio di Ariary fra le dita deformi del signore, il quale ha così continuato a seguirci, sempre spinto dal piccolo mendicante, fino al taxi. Sono arrivata a casa davvero sfinita.

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Un dolce ricordo mi torna in mente, invece, pensando alla cerimonia di benvenuto preparata dall’intero Villaggio Afaka stamattina. Prima siamo state vestite, pettinate e truccate da tre giovani ragazze della scuola; poi siamo state accompagnate nel cortile per ballare le danze tipiche malgasce insieme a tutti i bambini, insegnanti ed educatori. Ognuno di noi faceva parte di un gruppo che rappresentava una particolare etnia malgascia, con abiti, musiche e danze caratteristici. La musica è continuata tutta la mattinata, insieme a giochi, foto e scambi di puro affetto con i bambini. Alcuni si ricordavano di me per via del teatro, altri mi hanno indicata esclamando “Waka waka!”, altri ancora non si ricordavano il mio nome e infine ho conosciuto i nuovi arrivati.

Domenica 09.02.2020: VI giorno

Il topolino che ieri sera, per cena, ha più volte fatto irruzione nella nostra cucina si chiama Giorgia ed è un’ospite per nulla inaspettato. Il buongiorno di Dera oggi è arrivato con questa sconcertante rivelazione. Per fortuna c’è stato anche modo di riprenderci… La domenica i bambini non vengono al Villaggio, perciò abbiamo preso due taxi (guidati dai soliti simpatici autisti di tre anni fa) e, con Andry e Dera, siamo andate a visitare la costa poco più a nord di Tuléar, nella zona di Ifaty. Abbiamo potuto ammirare la riserva naturale di tartarughe terresti sequestrate agli aeroporti francesi e restituite al proprio luogo di origine; ci siamo poi spinti fino alla foresta di baobab, dove ci mancava poco che Giovanna svenisse per il caldo tremendo… In effetti l’ambiente della foresta spinosa non è esattamente l’habitat cui noi europei siamo abituati. Le nostre guide, invece, correvano tra i sentieri sabbiosi e producevano rumori particolari per richiamare l’ettenzione dei lemuri, si arrampicavano sugli alberi per scattarci una foto del cucciolo di lemure dalla pancia bianca, ci mostravano un esemplare di ragno velenosissimo giusto a qualche centimetro dai nostri piedi, e così via. Poi, nel pomeriggio, ci siamo spostati al resort “Paradisier” di Mangily, dove un bel pranzo in terrazza e una fantastica piscina con vista sull’oceano hanno ristorato il nostro corpo e la nostra mente.

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Tuttavia, la strada percorsa precedentemente in auto, e successivamente al ritorno, ci ha portati in mezzo alle baracche della perifieria di Tuléar, vicino alle capanne dei pescatori, fino alle maleodoranti coltivazioni di spirulina. Ho visto bambini con la pancia gonfia e le braccia scheletriche, gruppi di uomini scavare una buca in mezzo al fiume completamente prosciugato di Tuléar per riempire qualche tanica con l’acqua sabbiosa che vi si deposita sotto, tanti occhi preziosi cercare i miei al di là del finestrini, mani e manine agitarsi nell’aria riconoscendo il nostro passaggio – qualunque fosse la sua finalità – come un evento importante. Ma la scena più bella oggi è stata quella di tre bambini piccini che giocavano su una rampa di pietre e cemento alta circa un metro e mezzo. Si posizionavano alla sommità seduti su dei pezzi di scarto di plastica dura, e si lasciavano scivolare giù, fino alla sabbia. Forse in quella scena, più di tutte, ho ritrovato me stessa e non solo. Qualunque bambino, infatti, ama scivolare giù – non importa dove o con che cosa, basta avere il sedere appoggiato a terra – e ripetere questo semplice gioco all’infinito.

Martedì 11.02.2020: VIII giorno.

Una giornata speciale è appena trascorsa sulla spiaggia di Madiorano. L’organizzazione della gita è stata un vero esempio di collaborazione e solidarietà, che ha coinvolto tutti i bambini della scuola, gli insegnanti, i collaboratori, le cuoche e persino noi “vasars”. Le cuoche hanno cucinato tutta la notte per tutti; gli educatori hanno prenotato i dicei pulmini e gestito l’organizzazione generale; gli studenti più grandi hanno fatto da capi-gruppo ai più piccoli; noi abbiamo accompagnato e intrattenuto i bambini. Nonstante i tempi dilatati per muoversi tutti insieme, mi è piaciuto moltissimo vedere tutti all’opera con il sorriso.

Stamattina alle 7:30 abbiamo cominciato a sentire i bambini più piccoli strillare per la gioia ogni volta che vedevano entrare nel cortile un pulmino. Una volta saliti a bordo, hanno cominciato ad intonare cori di felicità: “à Madiorano, à Madiorano!”, cantavano insieme saltando.

Arrivati a destinazione, ci siamo accampati all’ombra delle palme, sulla spiaggia bianca davanti all’oceano. Eravamo un gruppo davvero numeroso, tutti abbiamo condiviso lo stesso spirito di festa e serenità.

Anche fare il bagno nell’oceano – con la bassa marea – insieme a cuccioli che non avevano praticamente mai visto il mare in vita loro, è stata un’emozione autentica: i bimbi non stavano nella pelle dalla gioia! C’era chi si tuffava, chi mi saltava in braccio, chi mi tirava da tutte le parti… Sono tornata piccina piccina ancora una volta.

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Il pranzo collettivo ha dato un’altra dimostrazione della cultura malgascia: le mamme-cuoche hanno prpearato per ciascuno un piatto con riso, pollo, verdure e una banana, ed i ragazzi più grandi li hanno serviti ai loro compagni di gruppo. Ogni bambino ha mangiato il suo “picnic” di gusto, poi, insieme, hanno sparecchiato e risistemato tutte le stoviglie, pronte per ricaricarle sui furgoni.

Dopo pranzo è partita a tutto volume una compilation di musiche malgasce molto allegre e coinvolgenti, tanto da farci ballare per ore sulla spiaggia. Tutti, grandi e piccini (esclusi noi italiani) erano estremamente coordinati! Nel pomeriggio, un altro bagno per chi voleva e beach volley a bordo mare, e in un baleno si sono fatte le 16: ora di ripartire.

Domani sarà l’ultimo giorno di permanenza al Villaggio per Giovanna, Ylenia e Cinzia. Io e Sandra invece ci fermeremo fino al 20 febbraio, e dobbiamo organizzare ancora tante attività con i ragazzi e con Dera.

Stasera forse guardiamo un film nella “sala professori”… Un ottimo pretesto per uscire ad ammirare il’incantevole cielo stellato e prendere un po’ di venticello.

Giovedì 13.02.2020: X giorno.

Ho saltato un giorno di diario non perché ieri sia stata una giornata poco interessante, ma perché ho finito di trascrivere il mio diario sul sito di Mondobimbi alle 23, dopo aver trascorso la mattinata a distribuire i vestiti ai bambini di tutte le età ed il pomeriggio a fare il Partage. Ieri sera è stata anche “l’ultima cena” con Cinzia, Ylenia e Giovanna, le quali sono ripartite per Tana stamattina con il volo delle 10:20. Forse proprio perché era l’ultima serata tutte insieme, ci è riuscito più facile e spontaneo chiacchierare di un po’ di tutto, ma specialmente dei nostri luoghi d’origine.

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Stamattina io, Sandra e Dera siamo partiti da casa prima di loro per andare all’appuntamento con il governatore della regione sud-est Atsimo Andrefana. Dera ha voluto presentarcelo, dal momento che aveva già mostrato interesse per la nostra Associazione. Abbiamo così avuto modo di spiegargli di persona in cosa consiste la nostra attività di volontariato e la nostra missione con i bambini a Tuléar. Lui ci ha calorosamente rivolto il suo ringraziamento per tutto ciò che stiamo facendo, porgendoci i suoi complimenti in particolare per le attività extrascolastiche che svolgiamo nel Villaggio – intreccio di borse, coltivazione di un orto, attività sportive, cucina e pasticceria e, da poco, anche il cucito. Mi ha fatto una bella impressione questo gentile, giovane governatore dall’aria calma e generosa. Ci ha fatti accomodare su un bel divano di pelle in un enorme studio ultra refrigerato… Non ci fossi stata, avrei continuato a credere che in Madagascar non esiste l’aria condizionata!

Scattata una foto ricordo con il rappresentante della regione, ci siamo rimessi in strada per la seconda visita istituzionale del giorno: la Ministra della Popolazione di Tuléar. Anche in questo caso saluti, cordialità e sostegno reciproco hanno fatto da protagonisti, andando anche oltre – credo e spero – le consuetudini formali. Mi sono rimaste impresse le parole della Ministra quando ci ha detto: “Non dimenticatevi di Tuléar perché Tuléar ha bisogno di voi, specialmente i bambini. I bambini appartengono a tutto il mondo , non solo ai loro genitori.” Un brivido mi ha ghiacciato le gambe e gli occhi si sono riempiti di lacrime. Lacrime che tuttavia ho potuto tenere e conservare negli occhi, e che spero renderanno il mio sguardo sempre più lucido e consapevole.

Ad aspettarci alla casa del volontario c’era un magnifico pranzetto preparato da Rosa, a base di calamari alla diavola, patatine fritte, riso e ananas.

Nel pomeriggio, abbiamo allestito un piccolo atelier di cucito per i ragazzi e le ragazze interessati ad imparare questa attività. Purtroppo né io, né Sandra, né Dera siamo riusciti, dopo numerosi tentativi, ad infilare correttamente la nuova taglia e cuci comprata da Sandra ed Ellida… Non è stato per niente facile indovinare per quali buchi, fessure ed aghi dovesse passare ciascuno dei tre fili. Dopo ore abbiamo dovuto desistere e domani Dera contatterà una sarta locale in grado di preparare la macchina incrociando i vari fili nel modo giusto.

La prima cena in solitaria di me e Sandra è stata molto gradevole e ancor più rilassante è stato poi guardarci un film sotto il cielo stellato, con i piedi sollevati, appoggiati sul corrimano della scala – su cui avevamo messo due cuscini – ed una tazza di tisana calda.

Venerdì 14.02.2020: XI giorno.

Clémentine è molto dolce e generosa: glielo si legge dagli occhi e da quell’accento francese così particolare, come se parlasse con una caramella in bocca.

Dopo l’ultima campanella, alle 16, ho giocato un po’ a volley con lei ad altri bambini. Anche oggi ho ricevuto la mia dose inquantificabile d’affetto e nutrito la mia bambina interiore.

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Il caldo di stamattina è stato asfissiante, fino a quando le nuvole si sono ribellate e, spinte dal vento, hanno gettato a terra un po’ di umidità, rinfrescando l’aria e spruzzandola del caratteristico odore della pioggia.

Bruno, il bimbo che è stato tolto dalla sua famiglia – a causa delle gravi condizioni in cui sussiste – e temporaneamente affidato all’educatore Andry, ha giocato un po’ insieme a me con la palla. Visto che, anche con gli altri bambini, non faceva altro che lanciare bagher al vento non appena qualcuno gli passasse la palla, gli ho spiegato come fare il palleggio e sembrava molto contento di questa nuova scoperta. Poi, quando sono risalita in casa, mi ha seguita fino alla sala da pranzo e qui, silenziosamente, mi ha osservata mentre preparavo l’attività di domani per i più grandi. Si intuiva come, anche solo la mia voce alta mentre scrivevo i nomi dei partecipanti, gli tenesse compagnia. I bambini sono davvero di tutto il mondo ed in quetso viaggio-villaggio sto imparando moltissimo da loro. Tutto l’amore che così spontaneamente cercano è pari all’amore che danno. Nella vita non si guadagna mai nulla e nulla si perde, in fondo. Mi viene allora da chiedermi se i soldi, specialmente quelli in più, inutilizzati, non investiti, non siano che un sostituto dell’amore, una sorta di “cubetti d’amore congelati”…

Curioso che queste riflessioni sopraggiungano proprio il giorno di San Valentino; giorno in cui io ed il mio compagno non ci siamo scambiati regali, quasi nemmeno gli auguri. Ma, seppure fisicamente distanti, ci siamo scambiati semplici ed autentiche parole d’affetto.

Sabato 15.02.2020: XII giorno.

È cominciata l’ultima settimana in Madagascar. Dopo una notte quasi completamente insonne per zanzare, umidità, appiccicume generale, uccellini, galli e tanta nostalgia del mio amore, stamattina siamo andati all’allegro matrimonio di Nicolette, la “mama” del Villaggio. Per fortuna c’era un bel venticello: la messa all’aperto è durata due ore!

Dopo una velocissima tappa al supermercato, io e Sandra ci siamo fatte due baguette con tonno e pomodori; tempo di un caffè e ci siamo messe al lavoro con le attività. Lei nel laboratorio di cucito, io ho fatto un gioco sulla cooperazione inetrnazionale con i ragazzi grandi. È stato avvincente avere a che fare con diciannove ragazzi svegli ed interessati, tutti molto intelligenti, alcuni estremamente introversi e timidi. Mi sembra che l’attività sia loro piaciuta… Stando alle loro impressioni, espresse su mia richiesta di ricevere un feedback, pare che questa ora e mezza insieme abbia loro permesso di comprendere quanto potenziale abbia il loro continente e, allo stesso tempo, quanta strada ancora ci sia da fare, ma sempre tutti insieme, guardando al benessere dell’intera umanità.

Questo, almeno, è ciò che ho cercato di trasmettere loro.

Domenica 16.02.2020: XIII giorno.

A volte le giornate che partono non benissimo finiscono poi per essere meravigliose. Più precisamente, le giornate che cominciano “in prima”, mora mora (piano piano), che non si sa bene cosa fare, poi svoltano verso una meta inaspettatamente magnifica, tale da fare esclamare: “Era proprio ciò di cui avevo bisogno!”

Così è stato oggi: volevamo rilassarci – io, Sandra, Dera ed Andry – ma non avevamo programmi certi, solo andare in un luogo acquatico, dove rinfrescarci, pranzare e riposare un po’.

Abbiamo percorso un pezzetto di costa verso sud e ci siamo fermati all’hotel Eden Ecolodge. L’impressione iniziale non è stata esattamente positiva: tre cani sono corsi verso di noi abbaiandoci contro, difendendo il loro territorio. Peccato che il loro territorio fosse anche l’ingresso del resort… I dipendenti sono subito intervenuti a fermarli e allora siamo potuti entrare dal porticato esterno. Posto un po’ sporchino e personale non troppo accogliente. Nessun lettino sulla spiaggia e le onde dell’oceano muovevano troppa sabbia per farci il bagno. Ci propongono di pranzare velocemente e di fare una gita in piroga verso Ankilibe a partire dalle 13, il tutto ad un prezzo leggermente eccessivo rispetto alla nostra esperienza anche turistica in Madagascar. Io e Sandra storciamo il naso e proponiamo, piuttosto, un’escursione sempre in piroga ma verso Saint Augustin, un villaggio poco più a sud che non avevamo mai visitato. Il responsabile delle attività dell’hotel accetta e ci organizza il pomeriggio ma, mentre stiamo pranzando, circa alle 12:15, sopraggiunge ad avvisarci che, a causa dell’alzarsi del vento e quindi delle onde, l’uscita in piroga deve saltare. È allora che arriva la terza, definitiva proposta: andare a Saint Augustin con una jeep 4×4, raggiungere il fiuma Loharano, risalirlo in piroga fino alla sorgente e lì fare il bagno; infine, tornare per lo stesso percorso. A parte l’iniziale, lunga attesa dell’arrivo della piroga sotto il sole cocente delle 13:30, l’escursione è stata una esperienza favolosa. La silenziosa natura tutt’intorno, con i caratteristici altipiani rocciosi del sud, dall’alto dei quali pascolano famiglie di caprette, libere, a volte, anche dal loro pastore; le foreste spinose e la ricca vegetazione sulle sponde del fiume, la calma delle acque dolci, la freschezza dell’acqua, il canto ed i colori dei Martin pescatori… Ed infine, l’idillica “sorgente” (in realtà semplicemente un’insenatura del fiume che forma una sorta di piscina naturale), così chiamata dai locali, i cui colori paradisiaci accesi dai raggi diretti del sole e lasciati sfumare dagli arbusti radicati sulla riva, avvolgono e immergono in un’atmosfera unica.

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Finalmente, dopo settimane, ho riscoperto un’autentica sensazione di freschezza sulla mia pelle. È stato davvero un dono divino, un vissuto di benessere che non dimenticherò – spero – mai.

Lunedì 17.02.2020: XIV giorno.

A Tuléar è arrivata la pioggia. Un forte temporale ha fatto radunare tutti i genitori sotto il tetto della mensa, e Dera ne ha approfittato per spiegare a tutti il nuovo regolamento per venire a prendere i propri figli. Gli ultimi se ne stanno andando solo ora.

Questa mattina siamo state al mercato per fare un collegamento skype con una scuola di Peccioli, ma un disguido da parte delle insegnanti non ha permesso di collegarci in videochiamata, ma anzi ci ha fatti sostare per più di quaranta minuti tra i banchi pieni di mosche del centro di Tuléar. Alla fine abbiamo ripreso dei filmati in cui abbiamo spiegato come si svolge il mercato, quali prodotti sono venduti, mostrando le caratteristiche più tradizionali. Sotto ai fitti banchi di frutta e verdura, insieme alle bucce in decomposizione, c’erano persone che dormivano, bambine che giocavano, studenti che facevano i compiti. Sono stati attimi difficili – per la mancanza di ossigeno, il caldo, le immagini… – ma molto importanti e l’esperienza che non si è realizzata (la chiamata skype) si è trasformata in un’altra esperienza vissuta (aver provato a stare lì, fermi, senza fare niente, insieme a coloro che in quel modo passano ogni loro giornata).

Stamattina prima di uscire ho voluto provare a lavare i panni a mano con Jorgette, una mamma che lavora per la mensa. Mi è piaciuto molto, nonostante, come immaginavo, sia un lavoro molto faticoso. Con queste donne che dalla mattina alla sera lavorano per preparare i pasti ai bambini e tenere in ordine il Villaggio, non posso parlare tanto perché non conoscono il francese; in compenso, partecipare alle loro attività quotidiane mi permette di comunicarci per un altro canale. Guardando Jorgette stirare con il ferro a carbone, ho potuto sentire l’amore che metteva in ogni movimento che faceva per piegare il vestito, la delicatezza con cui soffiava via la cenere del carbone dal tavolo. Sono grata per queste semplici, ancestrali emozioni. Mi è sembrato di trovarmi ancora vicina alla mia mamma e di guardarla prendersi cura di tutta la famiglia, come quando ero tanto piccola e la seguivo in ogni movimento, percependo il suo amore in ogni suo gesto.

Martedì 18.02.2020: XV giorno.

Il caldo e la stanchezza fisica si sono fatti sentire oggi, nella pancia e in una spossante sonnolenza. Ciononostante, io e Sandra abbiamo portato avanti parecchio lavoro: un’altra videochiamata con la scuola elementare di Palaia, i disegni di Pasqua da spedire ai genitori adottivi e, naturalmente, non sono potuti mancare momenti di gioco con i bambini. Basta poco per farsi toccare dall’intelligenza di un bambino. “Mettiti sotto la rete quando sono io al servizio!” e la partita si fa più equa ed interessante. Lui piccolo mi insegna a giocare. Io grande mi lamento che il campo è troppo piccolo, quando tocco palla nove volte su dieci finisce fuori. “Hors!”, ed è punto per gli avversari. Questione di limiti, di spazi e di confini, che il tocco morbido e preciso di un bimbo è ben capace di rispettare. Crescendo si diventa ingombranti, impacciati, si ha bisogno di uscire dai propri confini, sentire la palla sfrecciare sfiorando i propri piedi e nessuno intorno, solo la nostra maestria, finché da fuori qualcuno fischia il fuori gioco.

Verso sera ha cominciato a piovere fortissimo. Il cortile del villaggio era tutto allagato mentre il calar del sole dipingeva il cielo di un arancione solenne.

Questa sera ci siamo concesse una pizza alla “Gelateria italiana”, ristorantino in centro a Tuléar gestito da un connazionale dall’aria piuttosto promiscua. Stavolta non ci siamo poste troppe domande e, come sempre in compagnia di Dera, abbiamo soddisfatto il nostro palato e con esso anche quel fugace senso di attaccamento alla nostra terra.

Venerdì 21.02.2020: XVIII giorno.

Tana: traffico di auto, moto, motorini, taxi brousse, rimbombo di clacson e tubi di scarico nero pece che entrano da due dita di finestrino abbassato; zebù sui marciapiedi, per la strada, in mezzo alle aiuole; bambini lasciati nell’immondizia a chiedere le elemosina; nuvole argentee gonfie di pioggia, assopite su montagne verde smeraldo, cucite tra loro da lingue di terra rossa.

Siamo arrivati ieri – io, Sandra e Dera – con un volo interno da Tuléar. Il viaggio sta per finire e noi siamo diventati una squadra ancora più forte. Ieri siamo stati a trovare Suor Isabelle, oggi il console italiano ed il capo del settore Protezione dei Bambini dell’Unicef. Abbiamo coordinato i nostri sforzi cercando di seminare le parole migliori per ogni terreno, raccontando la nostra esperienza e le nostre idee a delle persone per noi fondamentali nel loro ruolo chiave di fare da cardine alla nostra rete sociale e umanitaria.

La cosa più importante e più bella è stata fare tutto questo insieme – Dera e tutta l’équipe del Villaggio Afaka, Sandra e tutti noi consiglieri, insieme anche a tutti i volontari e sostenitori che danno vita all’Associazione – svelandoci ancor più a noi stessi quali stretti collaboratori di una missione grande, che ogni giorno ci lascia intravedere un pezzetto in più della strada comune.

Ricordo la sensazione di nausea e stanchezza che provai tre anni fa giunta a questo punto del viaggio. Mi trovavo nella casa di Arlette e guardavo fuori dalla finestra… Ora sono in una stanza d’albergo, ancora vicina ad una finestra, ancora con quella sensazione di nausea e stanchezza che attraverso la testa arriva alla pancia per poi risalire ed affondare nel cuore. Sto per tornare. In un mondo che forse ancora non conosco e che forse mai conoscerò, quello dell’Italia, dell’Europa, dell’ “Occidente”. Questo invece, di mondo, il Madagascar, seppure con la presunzione di chi ci ha trascorso soltanto cinque settimane in totale della propria vita, mi sembra di averlo conosciuto almeno un pochino. E non per merito mio, piuttosto perché qui la realtà si impone senza filtri: è ciò che si vede, che si annusa, che si mangia; è il caldo che sfinisce, il sole che ti fa abbassare la testa, l’abbraccio di un bambino.

Sono contenta di tornare a casa, dal mio amato e dai miei cari, ma sono triste di lasciare il Madagascar. Forse ciò che io ora chiamo “casa” non lo è davvero, e non è detto che mai ci arriverò a casa…

Ieri Suor Isabelle si è quasi commossa nel vedermi e anche io non ho potuto che ricambiare la stessa gioia, mossa da una specie di occhio interno capace, talvolta, di riconoscere persone mai viste prima.

“Una ragazza così giovane e motivata, determinata a lasciare l’Italia per passare del tempo in Madagascar, con i bambini del Madagascar!”, ha esclamato sorridendo dopo avermi chiesto con aria seria e distaccata come mai fossi lì, insieme ai suoi amici di lunga data, Sandra e Dera. Poco dopo il nostro incontro, al termine del quale ci ha donato dei bellissimi souvenirs che si era portata da Tamatave, ha scritto a Sandra un sms: “Sono molto contenta di aver incontrato Linda. Sembra proprio aver capito che nella vita bisogna sacrificare un pezzetto di sé per donarlo agli altri. Spero davvero che continui a lavorare con voi per Mondobimbi.”

In queste frasi, che Sandra mi ha fatto leggere, ho sentito risuonare il mio cuore ed una dolce carezza, da qualche parte, mi ha sfiorato il viso.

Lunedì 24.02.2020: dopo il rientro in Italia.

Sono di nuovo nel mio salotto, seduta sul divano bianco con i piedi alti sul pouf. Dalle finestre si può contare il trascorrere di dieci minuti al passare di ogni tram. Sarà sicuramente vuoto, o quasi, dal momento che l’intera città si è spopolata per l’emergenza corona virus.

All’arrivo all’aeroporto di Venezia tre addetti in divisa sanitaria e con una mascherina sul viso hanno provato la temperatura di tutti i passeggeri sbarcati da voli internazionali, puntando un laser sulla fronte. Solo chi non aveva la febbre poteva superare la frontiera, anche se, come è noto, più contagiose sono le persone nelle quali il virus è ancora in incubazione ed il covid asintomatico: questa è stata la prima, paradossale incongruenza che ha segnato e spianato il mio ritorno dal Madagascar nell’agiato e agitato, contraddittorio bel Paese. Non mi sono sentita a casa. La gente sta manifestando più paura e perdita di controllo ora che di fronte a tutti i reali problemi che ogni giorno pervadono le nostre città. Problemi di natura politica, economica, sociale e, soprattutto, umanitaria, costantemente taciuti sembrano ora essere addirittura inghiottiti dalla spirale del pericolo personale della propria incolumità. Il pericolo di perdere la propria corona.

Stando in Africa, mi sento di aver imparato almeno un po’ a discernere tra ciò che appartiene agli impulsi e ai desideri dell’ego e ciò che tiene conto anche di altro (e dell’altro). Ho scoperto – una banalità – che noi cosiddetti occidentali generalmente ci comportiamo manifestando per un 90% il nostro ego e riservando un 10% di spazio all’altro. Questa disposizione ci rende sempre iperattenti a non farci male, a difenderci da pericoli più o meno apparenti, a fare bella figura, a rientrare nella media, a rispecchiare gli ideali che, secondo noi, gli altri si fanno di noi stessi. In sintesi, siamo costantemente impegnati ad essere visti senza guardarci troppo attorno.

Ma in Africa l’ego è insignificante per la natura stessa – storica, politica e geografica – del continente: non esiste un Io frammentato dal Noi; e anche quando il Noi non c’è perché sono Io da solo, abbandonato o negletto, sono sempre innazitutto Io con la madre Terra, nel cuore del mondo, in mezzo ad una infinità di esseri visibili ed invisibili che concorrono all’avanzamento dell’unica, eterna vita, nella quale è compresa anche la morte.

Così, mi pare assurdo qui vedere gli altri litigare per delle sciocchezze ed essere io stessa nuovamente assorbita da questa incipiente abitudinarietà, ma sembra che i valori stessi sui quali si basa la nostra società siano spesso delle “sciocchezze”. Quando ci si trova a parlare di qualcosa che non riguarda l’essenza della vita, bensì piuttosto una sua interpretazione deformata dall’egoismo degli individui, per forza a parlare sarà l’ego, il cui obiettivo è farsi strada confliggendo con altri ego. Ma se parleremo di ciò che davvero “conta-già”, allora non sarà la prepotenza dell’ego ma la viralità dell’amore a tracollare da anima ad anima, e ciò che davvero ci accomuna uscirà fuori a curare le ferite di dentro.

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