Emozioni di Giovanna

Dal Madagascar…

Arnold piange, seduto sul gradino di pietra all’ingresso della scuola. Non vuole entrare in classe, i suoi compagni gli fanno cerchio attorno cercando di consolarlo in qualche modo. Non ne vuole sapere. “Che succede Arnold ?” chiede Ylenia, la sua giovane madre adottiva in Italia, e viene a sapere che gli hanno portato via le sue scarpe nuove, quelle che proprio Ylenia ha comprato apposta per lui.

E’ l’ultimo giorno di permanenza a Tulear – Toliara, al villaggio Afaka i nostri taxi sono già parcheggiati nel grande spiazzo, la sabbia è già rovente. Il caldo avvolge ogni cosa. Si rientra in Italia, passando per Tanà, Antananarivo, la capitale, dove staremo una notte.

Le valigie sono già state caricate.

Ylenia, risoluta, fa una rapida ispezione nell’aula e scopre che un bimbo si è appropriato delle scarpe nuove del timido e problematico Arnold.

Ora Arnold non piange più, piange Ylenia.

I bambini fragili ed indifesi, anche quelli ribelli,  si trovano in tutte le latitudini del mondo, ma qui, dove passa il parallelo del Tropico del Capricorno, il disagio tocca le corde del cuore. Qui ogni dramma si confonde con la sopravvivenza, ma dietro quei volti c’è un comportamento dignitoso. Gran parte di questi bimbi vive nelle capanne con la famiglie, povere capanne col tetto di palma o di argilla, in alcune zone dell’isola. Non ci sono auto parcheggiate, chi possiede uno zebù o un piccolo gregge di capre può ritenersi privilegiato. Si va a piedi da un punto all’altro, si macinano chilometri. Non è insolito incontrare sulle strade, che chiamarle strade è veramente eccessivo da quanto sono dissestate, gente scalza che si sposta per andare al mercato o al villaggio vicino, seguite da mandrie di zebù.

Poi ci sono quelli che si possono permettere anche i cellulari, c’è il Wi-Fi anche al villaggio. La moneta locale, lo ariary ha una valuta paradossale. Centomila ariary sono 25 euro. Sulla spiaggia di Ifaty ho mangiato pesce fritto e manioca con 2000 ariary, 50 centesimi.

Afaka, in malgascio, vuol dire libero. Liberi di migliorare o rimanere schiavi e oppressi dall’ambiente. In tutto il Madagascar ci sono 18 etnie diverse, a 5 di queste appartengono i bimbi del villaggio.

La festa di benvenuto ne è il ritratto, un variopinto insieme di costumi e di balli diversi a cui abbiamo partecipato noi stesse. Per due di noi era la prima volta in assoluto, siamo state truccate dalle bimbe del villaggio per prepararci alla festa.

Devo dire che Sandra, la Presidente dell’Associazione Mondobimbi, era splendida ballando la danza Antandroy. Poi c’era Cinzia con un bel turbante e un pareo pendant, Linda, laureata in psicologia,  instancabile amica dei più piccoli che faceva sempre giocare. Ylenia, che si è rivelata una preziosa ed inesauribile cuoca tuttofare. E poi c’ero io che cercavo, senza essere all’altezza, di stare al passo.

 

L’ambizioso progetto Afaka accoglie 216 bambini, iscritti dall’asilo al liceo, perché possano avere un futuro migliore di quello delle loro famiglie.

Alcuni di loro riescono a laurearsi a pieni voti ed è una grande conquista

Al villaggio Afaka, attenzione, “non si fa la carità”, non ci sono mani tese a chiedere elemosine, come in gran parte del Madagascar, ma ci sono precise regole da seguire.

Questo è percepibile nel giorno del partage, la condivisione degli alimenti e saponi per igiene, dentifrici ecc che vengono consegnati, in base al nucleo familiare, ogni 15 giorni.

Le famiglie arrivano, alla spicciolata e siedono tutti sotto i grandi alberi dello spiazzo della scuola, in attesa di essere chiamati nella mensa, da poco allargata. Educatamente ringraziano. “ Merçi “

Nessuno spinge, i bambini approfittano per stare ancora con noi. Mendicano solo tanto affetto, toccano tutto, i vestiti, l’orologio, il braccialetto antizanzare, chiedono dei miei due tatuaggi. Allora dico “Le nom de mon mari qui est mort “ guardo il cielo. Sono sinceramente dispiaciuti e uno più gradincello mi risponde che “Les morts sont vivants “, con una serenità e una pace che noi occidentali facciamo fatica ad apprendere. Ma certo che sono vivi, le tue sventure passano in secondo piano.

In questa parte del mondo i morti proteggono, sono tenuti in gran considerazione, c’è una cerimonia solenne, in genere accompagnata sempre da balli e canti, la Famadihana che per noi sarebbe  macabra. Ma vi rimando alla ricerca sul web per non angosciarvi.

Per me, nata in Africa, è un ricordo lontano. A Tripoli le tombe arabe erano piene di roba da mangiare, ma si sapeva benissimo che erano per i poveri che, partite le famiglie, facevano scorta.

Fanno un sacco di domande i bambini, hanno gli occhi scuri, profondi, espressivi.

“ Comment tu t’appeles ?” Loro hanno bellissimi nomi, il mio è banale, ma lo imparano subito.

Dera, il responsabile del villaggio, ci presenta alle famiglie. Ogni nome pronunciato è un applauso. Mi sento importante. E mi prende un nodo alla gola che devo distogliere lo sguardo, non ce la faccio ad assistere.

Mi ritiro nello chalet, e penso alle bellezze che ho visto arrivando a Toliara, a parte le strade. I francesi se ne sono andati senza fare niente, o almeno così sembra. Ma forse meno male, non ci sono ecomostri.

L’isola vive di una bellezza esclusiva. Dal colore del cielo ai litorali con i palmeti, le mangrovie affondate nell’acqua, fino al tronco, poi quando ritorni a casa, la sera l’alta marea avvolge anche la chioma. I parchi con i baobab, i piccoli lemuri, i piccolissimi aye-aye, i camaleonti. Le risaie, fonte di sostentamento, le coltivazioni del tè.

Il mare è limpido ed è un’autentica festa per i bimbi, grandi e piccoli, che aspettano con ansia con Dera dica che martedì si va al mare. E allora si scatena un tripudio senza freni. Dalle sei del mattino di martedì la scuola si anima di grida di gioia. Ogni pulmino, che entra dal cancello rosso, sono otto, viene accompagnato da urli di contentezza irrefrenabile.

Alle 4 del mattino mi entra nelle narici un profumo di verdure e riso. Penso a quando mi infastidivo e sbattevo la porta della camera quando mia madre cucinava il pranzo della domenica.

Le donne lavorano tutta la notte e queste enormi pentoloni vengono caricati sui pulmini, non manca niente, c’è anche la rete per giocare a pallavolo, altra grande passione dei ragazzi, che, a proposito, nel 2019, sono vice campioni nazionali del volley maschile under 16, per il secondo anno consecutivo.

Scorre il tempo, dieci giorni intensi di emozioni vere, aspettando il giorno di ritornare, chissà, Fanantenana. Speriamo

 

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